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01: JerrodGuin

Regina Spektor - Soviet kitsch

Da qualche tempo a questa parte, mi trovo sempre più spesso a discutere con altri appassionati di musica (anche se sarebbe meglio dire malati), dalla grande tendenza tornata ampiamente di moda del riprendere dal passato le influenze più marcatamente rurali. Allora diviene attualissimo ripescare dalla memoria dei nostri ascolti personaggi chiave per l’argomento come Tim Buckley o Nick Drake. Si è fatto di tutto per andare oltre, per trovare qualcosa di ancora non sentito, quando l’impresa più che ardua è divenuta impossibile, quando arrivati al rumore bianco, l’unica mossa plausibile era quella dei tre passi indietro con tanti auguri. Tornare alle origini, alla nuda e cruda semplicità.
Fra i tanti lavori interessanti usciti in quest’ambito si attesta certamente il terzo LP di Regina Spektor, artista rimasta fino a questo momento piuttosto in ombra.
Poi accade che un giorno tal Julian Casablancas si accorga di lei e se ne innamori artisticamente (quantomeno), che il leader di Strokes la chiami a duettare con una delle band più fiche della New York - New R’n’R. Bene, il successo mediatico, prima ancora che artistico del celebre quintetto, accende le luci dei riflettori anche su questa giovane artista russa, trapiantata ormai da anni proprio nella vivacissima grande mela.
Il momento è quello giusto, i promoter idem, ma il disco?
Sinceramente mi amareggia non avere incontrato prima la raffinata dolcezza con cui la voce della regina dell’est si insinua nelle melodie spontanee di pianoforte. Non siamo di fronte ad un capolavoro di originalità come l’album di Cocorosie, certo, capaci di rendere (veramente!) nuovo il vintage e nemmeno all’orecchiabilità classica ed un po’ trascinata di Devendra Banhart, ma ad buon disco certamente sì. Un lavoro che sa emozionare e che a tratti si sente che è ideato da una signorina nata sotto la protezione della grande mamma Russia. Basti ascoltare brani come “The Flowers” per convincersene. A volte si inseriscono anche timidi arrangiameti di archi e il risultato è a dir poco emozionante ( “Ode to divorce”, “Us” e “Somedays”).
C’è anche un po’ di verso a tal Elisabeth Esselink in arte Solex, in “Poor little rich boy”, quella che è forse una delle cose migliori dell’intero disco.
Come un fulmine a ciel sereno arriva anche, dopo un sussurrato interludio vocale, la punkeggiante “Your Honor”, che col resto non c’entra nulla e che se non fosse per qualche pausa morbida, sarebbe stata bene nel primo disco delle Elastica.
Poi si torna ai duetti voce/pianoforte e così fino alla fine, quando si ha anche l’occasione d’imbattersi nella saltellante “Chemo limo”, fino alla mozzafiato conclusione regalata dalla malinconica “Someday”.
Da gustarsi mentre fuori nevica. Ma visto che l’inverno è lontano, perfetto anche con un bel ventilatore in fronte, nella penombra silenziosa di tapparelle abbassate nella vostra stanza, mentre fuori l’asfalto bolle….soli.

Aggiunto: August 24th 2004
Recensore: ZannaDj
Voto:
Hits: 751
Lingua: english

  

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