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Stan Ridgway - Snakebite (Blacktop Ballads and fugitive Songs)

Una leggenda scozzese dice che alcune voci posiedano lo "yarragh", il cosiddetto "granello" della voce. Si tratterebbe, secondo questa leggenda, di una dote innata che nulla ha da spartire con lezioni di canto, tecnica vocale o cose di questo genere. Semplicemente ci sarebbe in alcune voci un "granello", un qualcosa che riesce a far si che quella voce risulti particolarmente intensa e carismatica senza bisogno di esercizi di stile o di acrobazie particolari. Se diamo credito aquesta leggenda, possiamo includere tranquillamente nel ristretto catalogo delle voci che possiedono questa peculiaritÓ anche quella di Stan Ridgway, ex cantante dei Wall of Voodoo (quelli di "Mexican Radio", per chi non lo sapesse) e oggi compositore di musiche da film con ancora la voglia di stupire attraverso normali canzoni. Proprio le canzoni sono la forza di questo suo rientro, grazie ad un album diviso in tre atti, proprio per facilitarne l'ascolto a pezzi secondo le parole dello stesso artista. Una voce, quella di Stan Ridgway, nasale fino al parrossismo. Scura e cupa, con una naturale irriverenza noir che riesce a rendere credibile anche le storie pi¨ strampalate. Proprio di storie slegate tra loro Ŕ fatto questo disco. Storie che si servono delle mille sfaccettature della musica popolare statunitense per dipanarsi lungo 70 minuti di puro godimento. Arrangiamenti multiformi, che giocano su quel filo invisibile tra modernitÓ e tradizione e che riescono a mantenersi sempre in un equilibrio quasi precario, ma proprio per questo ancor pi¨ affascinante. Certo non mancano nel disco momenti addirittura imbarazzanti ("That Big 5-0" Ŕ un Bo Diddley Beat sgonfio come un canotto lasciato sotto il sole per un mese e "Lookin' for the carnival" sembra uscita dal peggior Karaoke Bar di Nashville), ma quasi tutto il lavoro convince pienamente. Ridgway fa spesso il verso a Dylan e a Johnny Cash, suoi eroi giovanili come in "Afghan/Forklift", "Wake up Sally" e in altri blues malati dove sembra di sentire Tom Waits che suona con i Red Red Meat dell'ultimo periodo; oppure la malinconia della iniziale "Into the sun" o della splendida "God sleeps in a caboose", per tacer di quel "Wall of Voodoo Talkin' Blues Pt. 1" dove il buon vecchio Stan racconta la storia della band di "Mexican Radio" con una freddezza e una luciditÓ invidiabili, dispensando anche preziosi consigli a chi oggi decida di metter su una band. La cosa che stupisce di questo album, alla fine, Ŕ proprio la sua strana parvenza di "normalitÓ". Canzoni tutto sommato "normali", proposte con soluzioni stilistiche sempre diverse (da notare lo splendido uso dell'armonica, strumento che Ridgway suona benissimo) e soprattutto con QUELLA voce, che riesce a rendere entusiasmanti anche brani che cantati da chiunque altro risulterebbero niente pi¨ che canzonette. Non un capolavoro, ma un disco senza tempo.

Aggiunto: July 28th 2004
Recensore: Giancarlo Frigieri
Voto:
Hits: 663
Lingua:

  

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