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EACH MAN KILLS THE THINGS HE LOVES

 
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nicolacaleffi
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MessaggioInviato: Sab Lug 07, 2007 10:03 am    Oggetto: EACH MAN KILLS THE THINGS HE LOVES Rispondi citando

Il mio primo ricordo legato alla radio: settembre 1987, sono ricoverato in ospedale per alcuni esami, sdraiato a letto, il walkman intercetta qualcosa che mi incuriosisce. “Questa è la nuova compilation della Def Jam”, annuncia il dj, “s’intitola ‘Rock Hard Everybody’, attenzione, non ‘Hard Rock Everybody’, mi raccomando, ‘Rock Hard Everybody’.” La Def Jam la conosco: ho visto i video dei Beastie Boys, sono quei bianchi che fanno rap usando le basi dei Led Zeppelin. Il suono è proprio quello: batterie grezze, chitarroni, insomma un gran bordello. Ma moderno, e con un legame importante con il passato, almeno per me che dei Led Zeppelin sono da qualche mese un grande fan. Continuo ad ascoltare: la musica è rock, su questo non si discute, ma è roba un po’ strana per le mie orecchie abituate allo stile classico degli anni Settanta. Non tutto mi piace: forse c’è troppo dark, quei suoni anni Ottanta che proprio non riesco a mandare giù. Ma quella radio mi ha incuriosito: si chiama Antenna Uno Rock Station, sta a Fiorano Modenese, a un paio di chilometri da casa mia, forse ne ho già sentito parlare, ma quella è la prima volta che vi presto realmente attenzione.

Nell’autunno dell’87 sono diventato un ascoltatore affezionato. E forse anche un po’ insistente: ad ogni spazio richieste (alle 14 e alle 19) chiedo il mio gruppo preferito, i Led Zeppelin. “Abbiamo soltanto il disco dal vivo”, mi rispondono all’altro capo del telefono. “Va bene, metti Whole Lotta Love nella versione live”. Unico problema: i pezzi dal vivo degli Zeppelin durano in media dieci minuti, ogni volta il deejay è costretto (credo anche con gioia) ad interrompere. Io continuo a richiederli e dopo qualche mese mi dicono che hanno acquistato anche qualche altro disco in studio (dove le versioni sono più corte, e anche più belle). Nel giro di poco tempo sono diventato “quello che richiede i Led Zeppelin”, uno un po’ rompiballe ma in fondo simpatico, una certezza. Negli spazi richieste (la cui sigla, scoprirò poi, è un pezzo tamarrisimo degli ZZ Top, “Gimme All Your Lovin’”) c’è solo un altro ascoltatore che mi tiene testa in quanto a cocciutaggine, una ragazza di Carpi fan sfegatata dei Mission, gruppo inglese “gotico” nato da una costola dei Sisters of Mercy.

Primavera 1988. In sella al motorino decido che è giunta l’ora di visitare gli studi della radio. Ormai ci conosciamo indirettamente da alcuni mesi, penso di potermelo permettere. Non so perché ma mi aspetto di trovare dei punk: quando per prima volta varco la soglia degli studi di via Marconi, invece, vedo delle persone normali. Seduto sul divano c’è C., un ragazzo di Modena assolutamente geniale che conduce tutti i venerdì un programma di progressive e psichedelia, ed è il primo che intercetto; dietro al mixer, impegnato nella diretta, c’è S., un tipo corpulento e bonario che è già diventato uno dei miei conduttori preferiti; per lo studio si aggira M., uno più giovane e magro che probabilmente all’epoca portava i basettoni in stile rockabilly. I locali sono piccoli ma accoglienti: all’ingresso c’è una specie di sala di attesa, poi si entra nella sala della diretta, le pareti ricoperte di assi di legno a loro volta ricoperte di poster e foto (in quello più memorabile c’è scritto con un pennarello “Jesus Shootin’ Heroin”, cazzo!), più in fondo a destra c’è la sala dischi, dove, sugli scaffali, sono stipati migliaia di vinili, e in fondo la sala di registrazione. C’è anche un piccolo bagno. Allora, sono finalmente entrato. Come detto, vedo delle persone tranquille, e forse allora mi tranquillizzo anche io. “Ciao, io sono quello che richiede sempre i Led Zeppelin”. “Ah, ma allora sei tu!”. Mi accolgono bene. E’ fatta.

In quello stesso periodo ho chiesto di fare un provino. In realtà mi esercitavo già a casa: mettevo un disco sul piatto, facevo partire un pezzo e quando la canzone finiva bloccavo a mano il vinile, come per metterlo in pausa, commentavo, presentavo il brano successivo, poi mollavo la presa e il disco ripartiva. Prove casalinghe, amatoriali, niente a che fare con lo studio di registrazione, dove ho trascorso alcuni mesi (dalla primavera all’estate dell’Ottantotto) a perfezionare la scaletta di un programmino di un’ora, che avrei dovuto sottoporre al vaglio di G., il “capo” vero e proprio, l’unico che poteva decidere chi era pronto per la diretta. Per riuscire a “passare l’esame”, ho registrato per diverse volte lo stesso programma, cioè l’identica sequenza di pezzi, che iniziava sempre con “Ace of Spades” dei Motorhead. Il metodo deve essermi servito perché ad un certo punto, nel luglio del 1988, ho condotto il mio primo programma in diretta. Era un sabato pomeriggio, la fascia oraria dalle 15.30 alle 17, subito dopo lo “spazio classifiche”. Seduto di fronte al mixer, i vinili infilati uno dietro all’altro nell’apposito vano alla mia sinistra, di fronte a me nella sala della diretta quattro o cinque persone della radio, quasi una commissione d’esame. Che, tutto sommato, credo di avere superato, se vent’anni dopo mi trovo ancora qui. Il primo pezzo che ho programmato? Un brano dei Led Zeppelin, naturalmente.
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